Tsuchida Yasuhiko
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I HOPE
Maria Letizia Bixio
Tre le vie interpretative con le quali ‘attraversare’ o ‘aggirare’ Hope : la natura, per la quale si rivendica il rispetto; l’uomo al quale si vuole indicare la strada della creatività, della bellezza, delle emozioni, esortandolo a ritrovare nella natura stessa, la forma artistica più perfetta; ed infine l’armonia tra la creatività istintiva dell’uomo e la creatività spontanea della natura, come unica strada per realizzare un universo di cognizione responsabile.
Nella sua prima personale a Roma, intitolata “Massacre in Rome”, l’artista giapponese Tsuchida Yasuhiko, lavorando racchiuso dentro le mura della galleria Co2 contemporary art, aveva evocato un ”Massacro” ideale e sovraordinato. Sintesi del lavoro è stata l'oscura proiezione di un animo sensibile, scosso dalle paure per un domani, non più così certo, per quell’uomo che oggi distrugge ignaro il pianeta che lo circonda.
Hope è un percorso espositivo che si snoda lungo un iter di contraddizioni simboliche e materiche, vita e morte in primis, terra feconda e sterile vetro, buio e luce. Colpisce l’abbondanza organica delle forme dei parallelepipedi, chiara evocazione di un cimitero di noti ed ignoti, che non spaventa, ma ammonisce.
E’ incombente il rischio di desertificazione territoriale, e bisogna prendere atto che l’ambiente volge velocemente verso irreversibili stravolgimenti. Molti degli errori commessi sono dovuti alla carenza di un’adeguata cultura del rispetto ambientale. Ogni attività umana, dalla grande scala della produzione industriale alla microscala individuale del vivere quotidiano, rilascia abbondanti sostanze chimiche destinate a confluire in quella “discarica” che è la biosfera… Emerge chiaro il fatto che gli uomini, sia per la crescita numerica, che per la crescita delle loro esigenze, col tempo sembrano destinati ad esercitare un impatto sempre più aggressivo nei confronti dell'ambiente. Il rischio è che quest’ultimo, una volta “snaturalizzato”, divenga nocivo per l’uomo stesso. Una riflessione, dunque, sul “volto scomodo dello sviluppo”, che vede alterare il rapporto uomo-natura, il cui disagio è percepito e riportato dall’artista, nel tentativo di riscattare quei sensi che dovrebbero legarci a ciò che ci circonda.
Si è di fronte ad una necropoli di tutti e di nessuno, dove ogni “lapide” chiede giustizia per il pianeta, il nostro pianeta. Un lontano eco è percepibile per chi ricorda il Memoriale alle vittime dell’Olocausto di Berlino, dove le 2711 stele di cemento di Peter Eisenman sono il luogo di profonda memoria per i sei milioni di ebrei europei sterminati dal nazismo; il grande campo di stele si compone di una serie infinita si blocchi quadrangolari di diverse altezze e misure. Analoghi, anche se in terra, sono i blocchi di Tsuchida, scomposti e avvolgenti, capaci di assorbire lo spettatore in un percorso silente di cognizione e riflessione.
Il richiamo indiretto al film del 1973 di G. Cosmatos “Massacre in Rome” che qualcuno ricorderà, se non altro per la locandina strappata in un noto decollage di Mimmo Rotella, è ancora una volta un’esortazione ad un senso di responsabilità che l’uomo deve assumere nei confronti della tutela dello spazio in cui vive. Il film infatti rappresentò un'analisi lucida della logica del potere, macchina burocratica di morte, con la sollecitazione a non cadere nell’inganno giustificatorio per cui nessuno è colpevole. La coscienza di un uomo non può essere annullata da alcun comando.
La richiesta di responsabilità sociale, sottilmente proposta da Tsuchida Yasuhiko, in un’ambivalenza tanto materica (purezza del vetro e contaminazione della terra) quanto simbolica (contrasto vita-morte, germoglio-sepolcro), risulta chiaramente decifrabile osservando le “ferite” inferte su ciascun blocco di terra. Vi sono delle spaccature violente, simili ai colpi di un’ascia, da cui fuoriesce una gelida linfa vitale (vetro), giogo subito dal pianeta ormai leso sin nel profondo. L’intervento sulla natura, peculiarità di tutti quegli artisti che si sono affacciati al movimento della Land Art, è una presa di coscienza dell’intervento dell’uomo su elementi che presentano un ordine naturale, e che da tale intervento vengono incrinati ed alterati. Scavare, tagliare, squartare, per poi riempire con materiali differenti, innestare con sostanze sterili, può avere uno scopo estetico ornamentale talvolta marginale, in confronto alla forte materializzazione del messaggio concettuale.
Al termine di questo vestibolo di morte e vita, ove la seconda pare resistere alla prima nella solidità di un germoglio di speranza, ci si accorge come Tsuchida Yasuhiko non racconta, ma colpisce e lascia osservare…
Un’inequivocabile liaison tra simbolismo e tradizione in grado di restituire alla sensibilità percettiva di ciascuno, in un appello alla responsabilità umana, la sintesi del proprio inconscio.
“Il pianeta non ci viene in eredità dai nostri padri ma lo abbiamo preso in prestito dai nostri figli”.
J. Martin
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